Riteniamo che il futuro di commercio, turismo, imprese in generale e lavoro, non sia assicurato con l’aumento della spesa pubblica e del debito dello Stato. I denari pubblici, compresi quelli dell’Europa, vanno spesi per investimenti in salute, infrastrutture e mobilità, rivoluzione verde, innovazione e competitività del sistema produttivo, formazione, ricerca e cultura, equità sociale.

Per questo sono richieste una visione strategica, scelte di priorità, progettualità esecutiva: altro che navigare a vista. Le istanze delle imprese e dei corpi intermedi vanno raccolte per ricomporre le profonde fratture della società fatte emergere e scavate dal virus. Non è questa linea che abbiamo visto finora. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: abbiamo sempre chiesto regole e controlli. Le garanzie sanitarie da attuare nelle attività vanno considerate un’assoluta necessità. I consumatori sono la nostra principale ricchezza. Abbiamo avanzato proposte ritenute più incisive nella lotta al contagio, individuando i punti critici e indicando possibili soluzioni. Nessuno ci hanno ascoltato.

Ma le conseguenze economiche sulle imprese del nostro territorio provinciale sono state devastanti. Le riportiamo di seguito dividendole per settore.

Alberghi e ristoranti. Chiusi di fatto da marzo, con l’eccezione del mese di agosto, quando la perdita di fatturato si è attestata attorno al 20%. I mesi di aprile e maggio, normalmente di consistente lavoro, hanno avuto il fatturato azzerato. Giugno, luglio, settembre e ottobre con perdite di fatturato del 70%. Mesi di novembre, dicembre fino a metà gennaio blocco totale con perdita del 100%. I ristori sono stati irrisori, con l’aggravante del riferimento soltanto al mese di aprile. Il criterio seguito doveva essere quello del fondo perduto, rapportato a una percentuale per tutti i costi vivi, compresi quelli fiscali, sostenuti in relazione alla perdita di fatturato annuale. Alberghi, ristoranti e relative filiere sono stati i più colpiti e l’uscita della crisi non potrà avvenire che a 2021 inoltrato. Siamo di fronte a una catastrofe. E’ fondamentale ristorare le imprese allo scopo di tenerle in vita e consentire loro la ripartenza.

Bar. Chiusi dall’11 marzo al 31 maggio, dall’11 novembre zona arancione, dal 15 novembre zona rossa e dal 6 dicembre zona arancione sino al passaggio in zona gialla. La perdita di fatturato si calcola attorno al 70%.

Negozi di vicinato. Chiusi dall’11 marzo al 18 maggio, dal 15 novembre al 6 dicembre. La perdita del fatturato si calcola sul 50%.

Fieristi, operatori dei mercati e della montagna. Non hanno avuto fatturati o in misura irrilevante.

E le perdite si riferiscono solo ai periodi di chiusura totale o parziale. Ma anche durante le aperture i fatturati hanno subìto consistenti contrazioni rispetto all’anno precedente. I ristori, dunque, sono efficaci per salvare imprese e occupati solo se compensano le perdite in relazione ai costi fissi. Ci vuole maggior impegno per tassare i grandi gruppi del commercio on-line, abolire i paradisi fiscali in Europa e ridurre la pressione del fisco. Va restituita la speranza agli imprenditori, a iniziare dall’immediato ritorno della Toscana in zona gialla che con torniamo a chiedere.